Viaggio in Thailandia – giorno 9

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Apro gli occhi 5 minuti prima che suoni la sveglia. Ho mal di testa, non è fortissimo però si fa sentire, non capisco il motivo, ieri ho bevuto in tutta la giornata due birre piccole, non può essere l’alcool. Vado in bagno e vedo due scarafaggi a zampe in aria, uno grosso e l’altro piccolino. Mi rendo conto con estremo piacere che lo scudo spaziale sta continuando a funzionare e il bagno sta diventando una sorta di luogo quasi sacro dove gli insetti moribondi vanno agonizzanti a spendere gli ultimi momenti della loro vita. Guardo i due scarafaggi e vedo che il grande muove lentamente le zampette, è ancora vivo… improvvisamente però mi viene un’illuminazione: capisco l’origine del mio mal di testa, probabilmente con lo scudo spaziale non sto ammazzando solo i parassiti della capanna ma mi sto anche un po’ avvelenando. Bene, penso, speriamo solo di non trovarmi pure io a zampe in aria sul letto in posizione kafkiana! Mi concentro sulla gita che sto per fare: Phi Phi Islands. Per chi non lo sapesse Phi Phi, come la chiamano confidenzialmente tutti quelli che almeno una volta ci sono stati, è il set dove è stato girato ‘The Beach’ con Leonardo Di Caprio, un film che è stato un mezzo flop al botteghino (anche se poi è stato molto visto come home video) e che è generalmente bistrattato dalla critica. E’ però per me uno dei rari casi in cui non mi sono trovato pienamente d’accordo con la critica cinematografica, infatti io il film l’ho apprezzato molto, ho goduto dell’interpretazione di Di Caprio che ai tempi era considerato un pischello che doveva la sua fama solo al faccino da belloccio che tanto piaceva alle ragazzine (adesso però a distanza di anni anche i critici più severi gli riconoscono un grande talento recitativo) e mi sono pure piaciute le soluzioni registiche che, attraverso un interessante metalinguaggio cinematografico, prendono a prestito la computer grafica dei video games; ai tempi i video giochi non erano ancora il fenomeno di massa che sono oggi. Insomma, un film che probabilmente non è stato capito al suo debutto perché ha precorso i tempi con troppo anticipo. Sono inoltre affezionato alla pellicola dato che mi è capitato di vederla per caso proiettata in un bar pieno di gringos a Cuzco in Perù. Quello è stato un viaggio all’avventura forse ancora più del presente che vi sto raccontando: tre mesi di Sud America che mi hanno letteralmente segnato la vita. Il film mi entusiasmò tantissimo e mi venne una voglia matta di visitare la Thailandia, ed oggi, a distanza di ben 14 anni, eccomi qua! Come vedete, mai disperare, c’è sempre tempo per realizzare i propri sogni.

Prima di andare all’escursione passo però dalla reception e pago per una notte in più perché domani, invece di andarmene, voglio visitare anche Ong Island di cui Federico mi ha detto bene. Non è facile fare capire al ragazzo implacabile che voglio stare una notte in più (ma dove diavolo è la ragazza che parla un po’ di inglese? Quando serve non c’è mai), però alla fine mi faccio intendere e pago altri 500 bath; la capanna sarà mia per altre 24 ore. Pensando a The Beach mi metto sullo scooter per raggiungere il Three Bees che è la Guest House di Federico ma anche il punto dove mi verranno a prelevare per portarmi a Phi Phi. Davanti all’albergo ci sono delle persone che aspettano anche loro di partire per alcune escursioni (ma non per Phi Phi), mi seggo e nell’attesa ne approfitto per pulire obiettivi e filtri. Vedo il polarizzatore e i graffi che gli ho procurato ieri mentre andavo a Cave Beach (a proposito, per gli appassionati di fotografia che so leggono questo blog: quasi tutte le foto di esterni, ad eccezione di quelle scattate con il 16mm, hanno su un polarizzatore Pro1 Digital Circular PL della Hoya) . Che rabbia che mi viene alla vista di quei graffi! ieri ho rigato il filtro come fossi un vero dilettante, c’era della sabbia e io come un idiota ho usato il panno che ha lasciato un bel po’ di segni sulla lente. Circa €100 buttati via… ma chi fa fotografia, soprattutto a livello professionale, è ben rassegnato a dover spendere costantemente un bel po’ di soldini per l’attrezzatura e il suo logorio. Il problema è soprattutto che adesso le foto perderanno inevitabilmente di dettaglio. Ieri poi, oltre ai graffi, un altro pensiero mi ha dato fastidio, e cioè il fatto di non poter contare proprio su nessuno per badare all’attrezzatura.  A Cave Beach mi sarebbe piaciuto noleggiare un Kayak e andare a fare alcuni scatti e riprese con la Gopro che è subacquea, avrei però dovuto lasciare lo zaino con il resto dell’attrezzatura non impermeabile, ma a chi?  Se ci fosse stato anche semplicemente un compagno di viaggio sarebbe stata una cosa fattibilissima. Ancora rimuginando questi pensieri e il mal di testa che, nonostante la tachipirina che mi sono preso, sembra non volermi abbandonare, vedo un tailandese piccolino che chiama a voce bassa per Phi Phi. Mi faccio avanti e salgo sul bus appena arrivato. Non c’è nessuno, sono il primo e il pulmino inizia da qua a fare il giro degli alberghi per raccogliere i vari turisti che hanno pagato il tour. La seconda fermata, una trentina di metri più avanti, è un ostello e sale una ragazza da sola (non sono l’unico, mi dico) e dopo: tante altre fermate fino a quando il bus non si riempie quasi del tutto. Il Bus ci porta  in una specie di pineta, scendiamo e lì ci raccogliamo intorno ad un tailandese scurissimo di pelle, molto alto e robusto, che dai lineamenti pare più cubano. E’ la nostra guida, parla bene inglese e sembra efficiente e professionale. Ci enuncia a voce il programma del tour (di cui io non ne sapevo niente perché ho comprato l’escursione fidandomi di Federico senza chiedere nulla, e scopro tra l’altro che c’è pure il pranzo incluso), ci dà una scheda e una penna su cui scrivere nomi e nazionalità. Compilo con i miei dati e passo la scheda alla ragazza che è salita sul bus subito dopo di me, sbircio per capire la nazionalità dato che mi pare italiana e leggo che è argentina. La guida ci dice di seguirlo. Sul cammino per raggiungere le barche un tizio ci scatta delle foto che dopo vorrà venderci, io mi metto la faccia truce un po’ per il mal di testa e un po’ perché da fotografo non sono abituato ad essere fotografato. La guida zoppica vistosamente ma nonostante ciò con le lunghe gambe che si ritrova dobbiamo tutti accelarare per stargli dietro. Ci porta su un motoscafo con due motori da 250 cavalli ciascuno, wow! penso, arriveremo come una saetta. Quando salgo a bordo  mi fiondo a prua visto che nessuno pare volersi sedere là, sono contento della posizione perché so che là potrò più facilmente scattare. La tachipirina comincia a fare effetto e il cerchio intorno alla testa va allentandosi. A prua si accomodano anche un gruppetto di 4 giovani indiani (due coppie) e l’argentina. Partiamo e dopo pochi secondi capisco perché nessuno si voleva sedere lì: si balla che è una meraviglia, per fortuna il mal di testa è ormai sparito altrimenti sarebbero state martellate. Il motoscafo va come un lampo e rimbalza sonoramente e di peso sulle onde. Mi sembra di essere tornato ragazzo e di stare sul tagatà. Chi se lo ricorda? Era una giostra costituita da una pedana circolare con due file di sedili a forma di ferro di cavallo che si fronteggiavano l’una con l’altra  e che sballottolava chi aveva l’ardire di sedercisi con bruschissimi sbalzi e movimenti irregolari. Non c’erano cinture, sbarre o bardatura di nessun tipo, e le ossa rotta si contavano a decine in ogni posto dove arrivava. Dopo qualche hanno fu bandito. Tra l’altro era un giostra di cui andavano matti i miei amici ma che io non ho mai amato, non capivo il piacere di rischiare di spezzarsi un braccio o come minimo incrinarsi una costola, cosa che succedeva puntualmente ai miei compagni che sopra ci passavano i pomeriggi dei giorni della fiera di paese. E così sballottolati sulle onde procediamo come razzi verso le Phi Phi Islands. Inutile dire che non sono riuscito a fare un’unica foto con l’orizzonte dritto!

La prima tappa è Bamboo Island, uno dei luoghi dove sono state girate alcune scene d700, iso 200, 24, f8, 1/500del film con Di Caprio. Quando arriviamo la nostra guida ci dà mezz’ora per farci un giro e ci indica come ora di rientro le 9.55. Quell’orario, che non fa cifra tonda, ci fa subito capire che quando dice che non ci aspetterà non scherza. Scendo e da subito capisco che questo è quello che molti immaginano come il classico paradiso fatto di spiaggia e mare: sabbia finissima, acqua cristallina dalle svariate sfumature di azzurro e turchese, sassid700, iso 200, 16mm, f11, 1/250 chiari lucenti sotto il sole, il verde delle mangrovie sino sulla sabbia a lambire la risacca del mare, rami d’albero che si gettano sul pelo dell’acqua. Un posto dove viene voglia semplicemente di dire al mondo intero: lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata qui!

d700, iso 200, 16mm, f11, 1/640Mi spingo nell’esplorazione più in là di d700, iso 200, 16mm, f11, 1/800molti altri per guadagnare degli angoli dove non ci sia nessuno che possa infrangere questa meravigliosa atmosfera di paradiso selvaggio e sconosciuto. Fotografo convinto che le immagini non potranno mai trasmettere l’idea di libertà che si ha dal vivo, vedo un manufatto in legno di cui non capisco l’uso (forse uno d700, iso200, 16mm, f11, 1/100stendino?) legato con una corda ad un ramo ed una gigantesca conchiglia ai piedi. Mi viene la tentazione di portarla ad Anna Lisa che mi ha chiesto appunto una conchiglia dalla Thailandia… con questa la colpisco sicuramente, mi dico sorridendo perché penso alla faccia che farebbe, ma ovviamente desisto, è veramente troppo grande. Guardo l’orologio e mi rendo conto che è tardi e che rischio davvero che la richiesta di essere abbandonato possa avverarsi. La guida potrebbe realmente lasciarmi qui da solo e io potrei venir recuperato per natale prossimo! Va bene il trasporto per la natura incontaminata e la poesia, però forse è meglio che risalga sul motoscafo per tempo. Ritorno sui miei passi cercando di camminare più veloce possibile e vedo l’argentina che anche lei sta rientrando ma con molta tranquillità e spesso si ferma per scattare foto. Guardandola mi ricordo delle parole del mio carissimo Ludo, un amico fraterno le cui massime per me sono come leggi scolpite sulla pietra. Una sera, dopo l’ennesimo bicchiere di vino bianco, raccontandomi delle sue negative esperienze con delle ragazze argentine, mi disse con una serietà quasi spaventosa: Anto, le argentine… sono tutte pazze! Con questa frase che mi rimbomba nelle orecchie supero la ragazza senza dirle nulla e, guardando il mio orologio da polso che indica le 9.56, mi metto quasi a correre e giro dietro l’ultima serie di massi che mi separa dalla spiaggia dove mi aspetta la barca. Mi viene incontro affannato e claudicante la guida e, con tono di rimprovero, mi dice che sono ultimo e che se ne stanno già andando via. Non mi dà tempo di parlare e si gira per avviarsi verso il motoscafo affinché io lo segua e possiamo salire e salpare. Penso all’argentina che rimarrà abbandonata sull’isola e le frasi profetiche di Ludo… ammazza, penso, ha ragione, sono tutte fuori di testa! Questa rimane sull’isola. Per farmi sentire urlo alla guida che si  è già allontanata che non sono l’ultimo. Si gira con la faccia stupita e mi chiede chi manca, gli rispondo che non so, ma che tornando ho visto una tipa, credo un’argentina, che era con noi. Mi interroga per sapere se ci sono altri indietro oltre a lei, non saprei, rispondo, di sicuro ho visto lei. Il tizio ancora più nero di quanto non sia già per sua natura si avvia a recuperarla, io invece vado verso la barca; ormai ho passato la palla a lui.

Mi sistemo sempre sulla prua insieme agli indiani e dopo un paio di minuti arriva l’argentina. Le chiedo se si era persa ma mi risponde in maniera approssimativa con un inglese stentato. Ripartiamo e io ho voglia di sapere come si chiama il posto meraviglioso che abbiamo appena visitato (non ho nemmeno un volantino dell’escursione e non so nulla), sto per chiederlo agli indiani, ma da come l’argentina cerca di aggiustarsi i capelli quando il mio sguardo cade su di lei capisco che le piacerebbe che le rivolgessi la parola, chiedo a lei il nome del posto. Non lo sa… e te pareva, penso, è pazza, cosa deve sapere?! Cominciamo però a parlare e ci presentiamo: si chiama Daniela, è da quasi venti giorni in Thailandia, ha già visitato il nord e adesso le rimane di fare il sud, partirà tra una decina di giorni. Parliamo dei posti che ha visto e che vuole ancora vedere, le dico del mio viaggio e chiacchieriamo piacevolmente. Non sembra pazza. E’ di altezza media, magra con capelli e occhi castani, di viso non è certo una cannonata però ha un fisico snello e  ben proporzionato, e il suo pezzo forte è il lato b e il seno, che però sospetto sia rifatto. Ma la cosa che mi spinge maggiormente a parlare con lei, credetemi, è la lingua. Non conosce granché l’inglese e parliamo in spagnolo. Dopo ben 14 anni, e cioè dal mio viaggio in Cile e Perù, dove ho appreso il castigliano senza averlo mai studiato, ho la possibilità di poterlo rispolverare. Mi fa un piacevole e strano effetto risvegliare parole che credevo ormai dimenticate in qualche cassetto incastrato della mia mente. Come il motore di una macchina in disuso da tempo, faccio una certa fatica a partire, ma insistendo pian piano il carburatore si avvia e tutto si mette in moto, di tanto in tanto il motore tossisce vistosamente ma gira sempre più a pieno regime. Bello!

Chiacchierando e saltellando per i colpi dello scafo sulle onde arriviamo a Maya Bay. d700, iso 200, 24mm, f8, 1/320Qui il colore dell’acqua è ancora più straordinario e le verdi scogliere si buttano a piombo sul mare togliendoti il fiato. Però c’è un grosso problema, che già si evinceva a Bamboo Island, ma che qui è davvero evidente: c’è una marea di gente. Barche e barche che d700, iso 200, 44mm, f7,1, 1/640scaricano turisti che galleggiano con salvagenti arancioni e nuotano nelle acque dove Di Caprio ha affrontato uno squalo, e poi li portano a terra affinché possano vedere la famosissima baia dove sono state girate la maggioranza delle scene di The Beach. Tutti questi turisti che invadono il posto mi danno un’impressione strana, penso che noi uomini a volte siamo proprio come un virus che si diffonde e distrugge pian piano tutto l’habitat in cui si annida. Europei, statunitensi, australiani, asiatici, tutti buttati sulla spiaggia a scattare fotografie e a farsi immortalare come fossero i protagonisti di un remake del famoso film. Una bellissima asiatica si fa riprendere dalla fotocamera del fidanzato mentre fa d700, iso 200, 65mm, 2,8, 1/5000d700, iso 200, 65mm, f2,8, 1/5000svolazzare il suo foulard azzurro come il costume, si fa fotografare da davanti, e non contenta, da dietro. I miei occhi comunque ringraziano. Maya Bay è un po’ come la Thailandia: un posto bellissimo ma… troppi turisti. Ci addentriamo seguendo la guida nella vegetazione per arrivare d700, iso 200, 24mm, f10, 1/400ad una sorta di vasca interna con in fondo una scaletta in legno per un punto d’osservazione con una bellissima vista su un faraglione difronte. Anche per salire su questa scala però faccio la fila, come dovessi entrare in una sala cinematografica. Mi attardo un po’ di più per aspettare che se ne vadano un po’ di persone in modo da riuscire a scattare bene la scena.d700, iso 200, 24mm, f10, !/200

L’unico modo per vedere questi siti con un po’ di tranquillità è quello di spendere un po’ di soldini in più e noleggiare una barca privata che ti porti e ti venga a prendere secondo le tue esigenze. Il problema è che puoi contare su pochissime ore, bisognerebbe farsi portare il mattino prestissimo per andarsene già intorno alle otto, massimo nove del mattino; un altro paio d’ore di tranquillità si possono avere poi dalle quattro del pomeriggio fino al tramonto. Ma così non lo fa nessuno, la maggior parte o fa le escursioni come sto facendo io, o noleggia barche private e va nelle ore canoniche, spendendo di più e non concludendo nulla. E così sono innumerevoli le long tail boat che vanno avanti e indietro con tanti o pochissimi clienti su.

Ci fermiamo a Phi Phi Don a d700, iso 200, 70mm, f8, 1/320 pranzare e il buffet non è nemmeno male, tempo di una passeggiata e qualche scatto e si rientra. Oltre a chiacchierare con Daniela che si dimostra sempre più una ragazza sana di mente, mi metto a parlare con gli indiani che stanno a prua. E’ soprattutto Yousuf con cui comunico di più; ha sui 25 anni ed ha uno d700, iso200, 70mm, f2,8, 1/2500splendido sorriso, è un giovane imprenditore di Calcutta davvero simpatico, viene spesso in Thailandia per lavoro, principalmente a Bangokok, per acquistare abbigliamento a basso costo e con tagli molto più alla moda che in India e per rivenderlo all’ingrosso nel suo Paese. Non so perché ma gli faccio una simpatia fortissima, e quando gli dico che il prossimo viaggio che vorrei fare è proprio in India, gli si accendono gli occhi e si propone di portarmi in giro per Calcutta. Ci scambiamo email e l’amicizia su Facebook.

Rientriamo con la barca ad Ao Nang e, una volta a terra, mentre mi dirigo verso il bus, mi sento chiamare ed è Yousuf che mi dice: ho un regalo per te. Mi porge una d700, iso 200, 70mm, f2,8, 1/200cornicetta kitschissima con delle conchiglie e la scritta Krabi, la foto sotto il vetro è quella che mi hanno scattata mentre andavo col mio zainetto in spalla verso il motoscafo stamattina; nella foto ho una faccia cattivissima. Rimango stupito per il regalo e lo ringrazio calorosamente, gli scatto una fotografia con la cornicetta in mano e poi Daniela mi fa una foto ricordo con Yusuf e i suoi amici.

Finita l’escursione Daniela mi chiede se mi va di andare a bere qualcosa, accetto volentieri contento di avere un po’ di compagnia e ci andiamo a prendere una birra piccola in un baretto sulla spiaggia. Chiacchieriamo e io provo a farle una foto per poterla mettere sul blog ma a lei non piace essere fotografata e quindi vi tocca immaginarvela dalla descrizione che vi ho fatto. Mi racconta un po’ di lei: è di Buenos Aires, ha 32 anni ed è una contabile, è anche trapezista per hobby e sta diventando maestra di yoga, sta viaggiando da sola senza nulla di organizzato come me, insomma una tipa interessante. Ci confrontiamo un po’ sui nostri restanti itinerari e ci accorgiamo che entrambi vogliamo andare a Ko Pha-Ngam e Ko Tao. Lei domani parte per Kao Lak per andare da lì a vedere il parco nazionale delle isole Surin e Similan, io invece domani rimango ancora qua un altro giorno per vedere Hong Island e dopodomani pensavo di spostarmi a Ko Lanta un po’ più a sud di cui però non so nulla. Improvvisamente mi viene un’idea e gliela butto lì senza nemmeno pensarci più di tanto: ti va di rinviare la partenza a dopodomani e vengo con te e Kao Lak e così ci andiamo a vedere Ko Pha-Ngam e Ko Tao insieme? Ci facciamo un pezzo di viaggio insieme, possiamo dividere le spese e darci una mano. Lei di getto mi dice, perché no? Ho però già fatto il biglietto del bus, ma sono solo 400 bath, al massimo lo rifaccio. Ok. Andiamo a vedere se si può cambiare. E così facciamo. Andiamo in agenzia, lei sposta il suo senza pagare nulla e io faccio un biglietto sullo stesso bus. Ho appena cambiato il mio programma e mi sono fatto una compagna di viaggio. Ottimo. Facciamo anche i biglietti per l’escursione di domani per Hong island e ci salutiamo con appuntamento a domattina alle 8.15 sempre davanti il Three Bees dove passerà il bus a raccoglierci.

Me ne vado a casa contento che il mio viaggio adesso potrà contare su un altro personaggio (e su qualcuno a cui affidare ogni tanto la mia attrezzatura se capita) e mi metto a lavoro al computer come ogni sera. Ad una certa ora sono cotto e vado a dormire. Domani Hong Island con la mia nuova compagna di viaggio. Chissà come sarà.

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